Prenditi cura della disoccupazione e il bilancio si prenderà cura di sé stesso.
L’economia insegue il ciclo di vita della moneta, esattamente come metaforicamente fa l’acqua piovana, la quale si ricicla ad ogni pioggia, cadendo ed evaporando.
Lo sviluppo del benessere economico, attecchisce ed insegue la moneta, proprio come fa la pioggia quando irriga le zone aride; di pari passo le risorse umane, traggono vantaggio da questa situazione, sviluppando lavoro e benessere, esattamente come fanno le piogge, che cadendo sui terreni aridi e secchi, fanno germogliare e crescere la vita, creando premesse, opportunità di sviluppo, equilibrio di habitat umano, in maniera autoctona del territorio, generando il lavoro.
Fare investimenti, equivale al seminare le terre, sviluppando un valore indotto, cibi per il corpo, per la mente e per l’anima, un valore di scambio per la vita di ciascun cittadino.

Economia è una parola che deriva dal greco “oikonomia”, letteralmente “amministrazione delle cose domestiche”. Il sostantivo fa la sua prima apparizione nel Leviathan di Thomas Hobbes, opera che costituisce una pietra miliare dell’economia politica.
L’economia studia la produzione, la distribuzione e il consumo di beni e servizi, e la loro gestione. Le persone hanno un lavoro, producono cose, le vendono, vengono pagate e usano i soldi ottenuti per comprare altre cose. Ecco come è che l’economia fa girare il mondo. L’economia è una branca delle scienze sociali. Come in politica, così anche gli economisti sostengono diverse teorie su come sia meglio gestire e regolare l’economia.

L’economia è l’arte del ben gestire o del ben amministrare ciò di cui si dispone e non solo per gli antichi Greci, questo voleva soprattutto dire: « non sprecare », « non sperperare » o « non scialacquare» oppure, se preferite, « non dilapidare », né « dissipare », gratuitamente ed impunemente, ciò che già si possedeva, per poterlo poi impiegare o adoperare nella soddisfazione di bisogni o nell’appagamento di esigenze o di necessità che essi consideravano utili o indispensabili.
Per « utile » o « indispensabile », naturalmente, i nostri antenati intendevano ciò che chiunque tra di noi, ancora oggi, intende o può sempre comprendere e quindi disporre di un tot. senza rischiare di rimanere senza risorse soprattutto non rimette in discussione l’insieme delle sue potenzialità pratiche o delle sue possibilità materiali.
Quindi l’economia, da un punto di vista generale, è soprattutto una forma di saggezza, individuale e collettiva, nonché una forma di razionalità che riguarda, sia l’interesse generale che l’interesse particolare.

L’economia non è un’attività che possa comunemente o facilmente essere esercitata da chiunque. O almeno, che possa essere esercitata con lo stesso talento e con lo stesso successo che invece sono in grado di esprimere o di manifestare coloro che, quella « dote » ce l’hanno già « nel sangue » o la possiedono spontaneamente. Per praticare l’economia, infatti, nel senso che i Greci l’intendevano, non basta studiarla e apprenderla. Bisogna innanzitutto averne l’intuizione o la sensibilità, grazie alle « inclinazioni » o alle « doti » che madre natura ha ben voluto attribuirci o assegnarci. Prima fra tutte, quella della razionalità. Se gli uomini fossero « tutti uguali » e, contemporaneamente, fossero « tutti razionali », praticare l’economia, all’interno di una società, non creerebbe assolutamente nessun problema. E ne creerebbe ancora di meno se, allo stesso tempo, « tutti » possedessero il senso aristotelico della misura e « tutti » fossero naturalmente e spontaneamente altruisti.

Come sappiamo, invece, le realtà che riguardano l’uomo e la sua natura, ci dimostrano piuttosto il contrario…
Ci dimostrano, cioè, che gli uomini non sono affatto tutti uguali; che non sono per niente tutti razionali; che difficilmente possiedono il senso della misura e che, soprattutto, non sono quasi mai spontaneamente altruisti. L’uomo – purtroppo o fortunatamente – con tutte le sue « qualità » e tutti i suoi « difetti », è quello che è. E, come tale, nessuno può fare nulla per cambiarlo o modificarlo radicalmente. Al massimo, se vogliamo, possiamo cercare di « educarlo », « raffinarlo » o « migliorarlo » oppure, possiamo tentare di « contenere i suoi eccessi », servendoci di due « strumenti » in particolare: le leggi che determinano e garantiscono l’esistenza di una società ed il ritegno morale che è normalmente alla base dei costumi e delle consuetudini che rendono possibile lo sviluppo e la durata storica di qualsiasi Paese.

L’uomo e le realtà che lo circondano e lo includono, essendo ciò che sono, possiamo facilmente dedurne che, nella vita di tutti i giorni, è soltanto un caso se i mezzi di cui disponiamo possano, in qualche modo, coincidere ugualmente con i bisogni di cui normalmente abbiamo o sentiamo la necessità. Nella realtà, infatti, « mezzi » e « bisogni » possiedono la specifica particolarità di non concordare quasi mai tra loro, né di riuscire ad ottenere o raggiungere un qualunque equilibrio stabile, in maniera naturale o automatica. La ragione di questa loro costante discordanza è semplice da spiegare: i « mezzi », come sappiamo, sono sempre limitati dal senso della loro natura o dal compendio della loro intrinseca potenzialità, mentre i « bisogni », nella nostra psiche, non possono per definizione essere altro che… naturalmente illimitati!
E’ probabilmente a causa di questa discordanza naturale e strutturale che l’economia ha simultaneamente il potere di apparire ai nostri occhi, sia come uno degli elementi indispensabili del mosaico delle società umane che come un male necessario. Essa, infatti, è un elemento indispensabile della vita delle nostre società, in quanto senza la pratica quotidiana dell’economia sarebbe davvero problematico riuscire a soddisfare la maggior parte dei nostri infiniti bisogni o ad assicurare un minimo di sussistenza materiale alla totalità dei nostri concittadini.
Essa è altresì un male necessario, in quanto – nonostante le innumerevoli contraddizioni che quest’arte ha molto spesso tendenza a generare o suscitare all’interno delle nostre società – nessuno, fino ad ora, è mai riuscito a trovare un migliore « espediente » «metodo » o « rimedio », sia per potersene privare che per ottenere diversamente ciò che normalmente ci proviene dalla pratica quotidiana del suo usuale esercizio.

Se qualcuno venisse a casa vostra e cercasse, in una maniera o in un’altra, di convincervi che siamo « tutti uguali », che siamo «tutti razionali » e che siamo « tutti capaci » di svolgere, con la stessa diligenza e profitto, qualsiasi attività industriale, commerciale, bancaria o finanziaria ed allo stesso tempo, cercasse di dimostrarvi che all’interno delle nostre società – se accettiamo di praticare il « libero scambio » e di sottometterci alle salutari « leggi » del mercato – i « mezzi » ed i « bisogni » possono benissimo coincidere… Ebbene, come considerereste quel « qualcuno »?
E come lo trattereste? Non facciamoci « abbindolare » dai « venditori di fumo ». Sono riusciti a vendere le classiche lucciole per lanterne alla quasi totalità delle popolazioni della Terra ed a « fregare », come si sol dire, il mondo intero: sono riusciti a diffondersi ed a moltiplicarsi a mo’ di agente patogeno all’interno delle nostre società, nonché a conquistare la maggior parte dei posti di prestigio dei nostri Stati ed a confiscare l’essenziale delle loro antiche prerogative. Sono riusciti, in fine, a far dimenticare ai nostri popoli, il senso della loro esistenza e del loro divenire e ad imporre loro ugualmente un «modello » che, oltre a non avere di « economico » che il nome, è addirittura largamente « antieconomico », in quanto, nella sua pratica quotidiana, « produce » esattamente il contrario di quello che una normale e sana economia potrebbe o dovrebbe generare.

Mi riferisco, naturalmente, a quegli onesti galantuomini che, nel nostro tempo, hanno la « faccia tosta » di riproporre impunemente alle nostre società, sistemi economici che non hanno né capo né coda visti i risultati ottenuti con la più dura delle dittature che la Storia ricordi…
Oggi, grazie al « seme » dell’ugualitarismo e dell’internazionalismo che hanno abbondantemente propagato e che continuano largamente a diffondere, spianano la strada (forse senza volerlo ed, in ogni caso, senza saperlo) al « cosmopolitismo ed al «mondialismo » che a parole (e soltanto a parole!) dicono di combattere.

Il problema principale del capitalismo è che necessita di miseria, disperazione e infelicità per funzionare; di conseguenza farà sempre pressione sui centri di potere affinché questo possa verificarsi.

In pratica la politica attuale sono due facce di uno stesso sistema, gli uni completano gli altri, la faccia concava e la faccia convessa, l’azione e la reazione, entrambe contenute nel cerchio limitato di un identico sistema di forze riuscendo a produrre « rarità », « discriminazione » e « ingiustizia », al posto di generare «abbondanza », « equa ripartizione » e « armonia sociale ».
Per comprendere il senso dell’attualità e della validità delle tesi «liberiste », mi permetto di sottoporre al lettore la definizione di « liberismo » formulata dal « Dizionario di filosofia e scienze umane »: « Liberismo (o Liberalismo soggettive ed arbitrarie dell’economia che, per giunta, negli ultimi duecento anni, hanno già provocato indicibili drammi ed infiniti disastri alle nostre società, senza contare le sonore « bocciature » e le inequivocabili « condanne » che hanno sistematicamente ricevuto, sia dall’esercizio quotidiano delle loro stesse tesi che dai successivi ricorsi che hanno imposto o ripetutamente sottoposto all’infinita e clemente pazienza della storia.
Che volete: adducendo a pretesto l’inevitabilità e l’ineluttabilità delle loro elucubranti e stantie scelte economiche, i galantuomini di cui sopra, cercano, oggi, dunque, per l’ennesima volta, di « farci fessi »…Cercano, cioè, di « venderci » ad ogni costo il « modello » dei loro passati fallimenti e di « contrabbandarci » spudoratamente il senso delle loro assurde teorie, come se fossero degli « onnipotenti toccasana », dei pluri superefficaci « elisir di lunga vita » o delle ultramoderne e strabilianti invenzioni… « dell’acqua calda »!
Questo, naturalmente, senza avere nessun ritegno civile o morale, e strafregandosene altamente se la maggior parte degli abitanti della Terra, è praticamente obbligata a « tirare la cinghia » e, qualche volta, persino le « cuoia »…, per permettere loro di appagare i famelici appetiti del loro insaziabile egoismo o di soddisfare gli sporchi interessi della loro indicibile ed innominabile malafede. Inutile chiedersi il motivo di una tale insolenza e di una tale arroganza. I « liberisti » del mondo intero, infatti, conoscendo perfettamente le « predisposizioni » o le potenziali « inclinazioni » della natura umana, sanno benissimo che possono tranquillamente continuare a contare sul normale comportamento della maggior parte dei membri delle nostre società, per seguitare a fare quello che hanno già fatto e perpetrato nel corso delle loro precedenti e funeste esperienze.
Possono, cioè, liberamente continuare ad infrangere e calpestare le leggi e le convenzioni nazionali ed internazionali dei diversi paesi del mondo. Possono ugualmente continuare a sfruttare, opprimere ed affamare la povera gente, distruggere o rimettere in discussione gli equilibri sociali Economico): teoria secondo cui il modo migliore per promuovere lo sviluppo economico è quello di lasciare l’iniziativa privata in piena libertà d’azione, escludendo ogni ingerenza artificiale da parte dello Stato».
Tratto da ricerche personali su testi di studio del Prof. A. B. Mariantoni

Il rovescio della medaglia
Che succede oggi? Esattamente il contrario di ciò che fu inizialmente dimostrato dai primi «liberoscambisti »! ( principio di non intralciare gli scambi di beni e servizi fra stati, paesi e nazioni con dazi e dogane, per realizzare una divisione internazionale del lavoro a vantaggio di tutti gli Stati.)!
Questi ultimi, infatti, all’inizio della loro « crociata », si erano semplicemente limitati a presentare gli aspetti « allettanti » ed « accettabili » delle loro teorie (in particolare, i vantaggi economici che potevano risultare dalla mobilità delle merci e dei servizi, e dall’immobilità dei fattori di produzione).
Ma si erano naturalmente ben guardati di fornire una qualunque precisazione a proposito degli uomini che avrebbero applicato le loro tesi. Tanto meno, di sottolineare i pericoli che avrebbero potuto scaturire da alcuni aspetti incresciosi della natura umana, come l’egoismo, la bramosia o l’avidità. A causa di quelle loro «banali » dimenticanze, però, ci ritroviamo, oggi, praticamente sommersi da una valanga di effetti perversi: investimenti transnazionali, speculazioni finanziarie internazionali ed anonime, sconnessione tra i mercati finanziari e gli altri settori economici; oppure, multinazionalizzazioni, processi di globalizzazione, di delocalizzazione o di ristrutturazione della maggior parte delle industrie, dei servizi e delle banche dei nostri paesi; senza dimenticare l’incontenibile e drammatico fenomeno della disoccupazione cronica di milioni e di milioni di nostri compatrioti o quello della marginalizzazione sociale ed economica di strati sempre più importanti di popolazione all’interno delle nostre società.

In particolare, la trasformazione di ex imprese nazionali in dei conglomerati eterogenei di interessi e di scopi che non hanno più niente a che vedere con le imprese a “dimensione umana” che esistevano precedentemente. “L’illustrazione estrema della globalizzazione è data dalla cosiddetta «impresa virtuale »: una rete temporanea di imprese che sfruttano in comune un’occasione suscitata dal mercato”
Il trasferimento di una produzione, da un luogo ad un altro. Usualmente, dal paese d’origine di un’impresa ad un paese straniero. La perdita dell’impiego, avendo delle scarse possibilità di ritrovarlo e non potendo affatto riciclarsi in altri settori. L’esclusione psicologica e la frustrazione materiale di coloro che non hanno i mezzi pratici per uguagliare o avvicinare i ritmi economici e sociali che sono vissuti dalle categorie medie ed alte della stessa popolazione.
Ecco il punto… A forza di voler favorire e privilegiare l’interesse individuale a discapito dell’interesse collettivo, i « liberoscambisti » hanno, in fine, mostrato il loro vero volto: quello, cioè, di individui egoisti ed apolidi, di personaggi senza legge e senza morale, di esseri inaffidabili che, pur di arricchirsi, non esitano affatto a rinnegare se stessi e le loro teorie, nonché ad introdurre in economia, la peggiore di tutte le iatture sociali, la mobilità generalizzata dell’insieme dei fattori di produzione! In altri termini, per realizzare la mondializzazione dell’economia, i « liberisti » sono ormai obbligati a sconfessare l’insieme dei principi di base della loro dottrina e, contemporaneamente, a mostrare i veri limiti della loro famosa « armonia » tra gli interessi particolari e l’interesse generale.

Inutile, quindi, sbalordirsi se oggi, a livello del « villaggio globale », siamo costretti ad assistere alla rinascita ed alla proliferazione esponenziale delle stesse contraddizioni politiche, economiche e sociali che avevano già caratterizzato le società protezioniste ed economicamente « compartimentate » del XIX° secolo. Con in più, rispetto a ieri, una serie di circostanze aggravanti… All’interno dei nostri paesi, infatti, grazie alla capillare opera di demolizione e di sovversione dei valori tradizionali realizzata dai « liberisti », gli Stati non sono più in grado di giocare il loro ruolo politico; le comunità nazionali non sono più chiaramente definite o strutturate; i cittadini non possono più vantare nessun legame di appartenenza collettiva, né tanto meno riconoscersi nell’antico sentimento di solidarietà sociale o culturale che era la « forza » ed il « punto fermo » dei nostri antichi popoli e Paesi.
“La mondializzazione designa la crescita delle esportazioni di capitale, lo sviluppo della divisione internazionale del lavoro, le unità di produzione che si delocalizzano e poi si integrano, realizzando delle parti di uno stesso prodotto o gruppo di merci, a partire da zone geografiche differenti, ma dipendenti da un centro di decisione principale”.

Questa visione del mondo scaturisce sui nuovi sistemi di comunicazione. L’informazione elettronica sarebbe all’origine della mutazione dell’organizzazione sociale all’interno delle nostre società. Ieri come oggi, questa contraddizione consiste in una produzione e riproduzione d’idee politiche che sono completamente fuori dalla realtà ed in una totale sconnessione tra ciò che dicono o fanno i rappresentanti del potere legale e ciò che i membri della società reale si aspettano dai loro governanti o sperano che questi ultimi dicano o facciano. Questa contraddizione, inoltre, si esprime, sia attraverso l’istituzionalizzazione di un « modo unico di pensare », sia attraverso l’accettazione passiva o interessata dell’ideologia dominante, sia attraverso la demoralizzazione, la diffamazione e/o la marginalizzazione sistematica delle élites che osano manifestare il loro disappunto o la loro opposizione contro il « monopolio del pensiero » instaurato de facto dai diversi regimi della restaurazione democratica dal 1945 ad oggi.
Non è nell’uniformità, ma nella differenza che può esserci “scambio”. Al contrario, ieri come oggi, assistiamo alla monopolizzazione dei principali settori dell’economia attraverso l’eliminazione sistematica della concorrenza « marginale », nonché la concentrazione o la fusione di imprese sempre più grandi, sempre meno numerose e sempre più tentacolari.

Punto di vista
Loro – i “buoni” del Mondo – creano “voragini” finanziarie paurose nell’ambito della loro economia e di quelle del resto dei Paesi del Pianeta; sempre loro – con la furbesca e ingannevole ideologia del globalismo a senso unico – ci obbligano ad entrare in concorrenza industriale e commerciale con Paesi il cui salario minimo delle maestranze tende ad oscillare tra i 18 ed i 20 dollari al mese; ininterrottamente loro – con la scusa della lotta contro il terrorismo – continuano a scatenare e ad alimentare guerre a non finire nei Paesi Terzo mondo, con parcelle miliardarie da pagare; incessantemente loro e sempre loro continuano a stampare tonnellate e tonnellate di cartaccia da w.c. che ancora hanno la faccia di bronzo di definire “dollaro”, e noi Italiani/Europei, per poterli davvero fare contenti ed appagati (poverini… ci hanno “liberato”!), dovremmo – con l’indefesso ausilio e la quotidiana, servile ed interessata complicità dei maggiordomi/kapò delle classi dirigenti (destra, sinistra, centro) e dei responsabili pro-tempore delle bankgangster di casa nostra – pagare le spese dei loro disastri epocali!

Questi signori, sono riusciti addirittura, con l’ausilio di tecniche imbonitrici molto più raffinate delle precedenti, ad “ipnotizzare” letteralmente la maggioranza delle élites dei nostri Paesi. Le quali, a loro volta, in completa contraddizione in termini con la realtà, sono riuscite a far credere all’uomo della strada che sia possibile e realizzabile una crescita economica infinita, all’interno di mondo finito quale è il nostro Globo terrestre. E per meglio riuscire a farlo credere (ai gonzi…), i principali settatori di questa ideologia si sono fortemente adoperati, attraverso una presunta ed elucubrata “ingegneria finanziaria”, ad elaborarci una vera e propria “economia virtuale” o “derivata”: cioè, che deriva da quella reale, ma che non ha nessuna attinenza o correlazione con la prima, se non per danneggiarla, deteriorarla o affossarla.

La danneggia, la deteriora e l’affossa, in quanto se l’investimento speculativo riesce a far credere di poter produrre maggiore profitto di qualunque altro investimento produttivo, nessuno sarà più invogliato a mettere un centesimo nell’economia reale, con le inevitabili e catastrofiche conseguenze che ci è dato di verificare e di subire nella vita di tutti i giorni.
“L’economia virtuale”, inoltre, tendendo a creare della “ricchezza virtuale”, produce inevitabilmente, a sua volta, delle “bolle finanziarie” reali che – non solo scombinano e neutralizzano l’economia reale, ma quando “esplodono” – producono, nei confronti di quest’ultima e dell’ordinaria vita dei cittadini, soltanto crisi e recessione, a ripetizione.

In altre parole, quando uno spazio economico di produzione e di sfruttamento incomincia a saturarsi, i “gentlemen” di cui sopra, spostano altrove le loro “biglie” ed iniziano a mettere in aperta e sleale concorrenza il nuovo spazio economico con il precedente. E’ ciò che volgarmente chiamiamo la globalizzazione, le delocalizzazioni, i movimenti di capitali selvaggi da una borsa all’altra, etc.
Questo sistema agisce nei confronti dei diversi Spazi economici del mondo, come l’andirivieni inarrestabile ed incessante delle maree: vale a dire, ruba qui e porta lì; poi, ruba lì e porta qui; dopo ancora, ruba di nuovo qui e porta di nuovo altrove; etc. All’infinito!

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Da qualche parte c’è qualcuno, per il quale nessuno ha votato, che spinge perché il mondo giri sempre più alla svelta, perché gli uomini diventino sempre più uguali in nome di una roba chiamata «globalizzazione» di cui pochi conoscono il significato e ancor meno hanno detto di volere.

La globalizzazione è una procedura che permette ai potenti di sfruttare i deboli.
La globalizzazione attraverso i diritti, non attraverso i mercati.

Nella comunicazione la cosa più importante è ascoltare ciò che non viene detto.

“Occorrerà un giorno smettere di confondere ciò che si vende e ciò che è bene.”

“Dietro ogni impresa di successo c’è qualcuno che ha preso una decisione coraggiosa.”

“Chiunque controlli la massa monetaria in qualsiasi paese è il padrone assoluto dell’intera industria e del commercio.”

“Il selvaggio che ha fame coglie il frutto dall’albero e mangia. Il cittadino che ha fame, nella società civile, compra della frutta da qualcuno che l’ha acquistata da qualcun altro che l’ha acquistata da colui che l’ha colta dall’albero.”

“Il principio non è vendere una cosa, ma il servizio, la funzione.”

“È nell’interesse del mondo commerciale che la ricchezza possa trovarsi dappertutto.”

“Nulla uccide una vendita più velocemente della mancanza di entusiasmo.”

“Sviluppa un obbligo costante per la chiusura delle trattative. Una volta che inizi, rifiuta di smettere prima del completamento.”

“Nelle vendite ci saranno momenti in cui non puoi accontentare tutti. Non aspettare che accadano e non sarai deluso. Fai solo del tuo meglio per ciascun cliente in ciascuna situazione che si verificherà. Poi, impara da ciascuna situazione come fare meglio la prossima volta”.

“Il commercio onesto non succhia il sangue a nessuno.”


