Il diavolo può sempre cambiare. Una volta era un angelo ed è ancora in una fase di evoluzione.

Naturalmente, non è che l’uomo abbia il dovere di dedicarsi all’estirpazione del male, anche del più smisurato; giustamente, può avere altre faccende di cui occuparsi; ma è suo dovere, perlomeno, tenersene fuori, e, se il suo pensiero ne è lontano, non deve aiutare il male di fatto. Se mi dedico ad altri scopi e progetti, per prima cosa devo almeno verificare che non li sto perseguendo stando seduto sulle spalle di un altro uomo. Prima di tutto devo scendere da lì, di modo che anche lui possa perseguire i suoi obiettivi.

La volgarità è il pretesto principe con cui i tromboni, di tutte le epoche, hanno cercato di tappar bocca alla satira. Si parva licet, anche del Boccaccio dicevano che era volgare e anche lui difendeva la sua arte, come me in questo momento. La verità è che la satira non è volgare, è esplicita. La satira usa come tecnica la riduzione al corporeo, alle esigenze fisiologiche primarie: mangiare, bere, urinare, defecare, scopare. Lo fa per sovvertire le gerarchie costituite. È il potere liberatorio della satira, secondo la tradizione millenaria che dalle sette dionisiache arriva fino al nostro Carnevale. Non esiste sacro senza profano. Il sacro senza profano diventa integralismo.

Come tutti i profeti sani di mente, sacri e profani, posso fare delle profezie solo quando sono infuriato.

Dopo una lunga ed eroica vita, un valoroso samurai giunse nell’aldilà’ e fu destinato al paradiso. Era un tipo pieno di curiosità e chiese di poter dare prima un’occhiata anche all’inferno. Un angelo lo accontentò e lo condusse all’inferno. Si trovò in un vastissimo salone che aveva al centro una tavola imbandita con piatti colmi e pietanze succulente e di golosità inimmaginabili. Ma i commensali, che sedevano tutt’intorno, erano smunti, pallidi e scheletriti da far pietà.
“Com’e’ possibile?”, chiese il samurai alla sua guida. “Con tutto quel ben di dio davanti!”.
“Vedi: quando arrivano qui, ricevono tutti due bastoncini, quelli che si usano come posate per mangiare, solo che sono lunghi più di un metro e devono essere rigorosamente impugnati all’estremità. Solo così possono portarsi il cibo alla bocca”.
Il samurai rabbrividì. Era terribile la punizione di quei poveretti che, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a mettersi neppur una briciola sotto i denti.
Non volle vedere altro e chiese di andare subito in paradiso. Qui lo attendeva una sorpresa. Il paradiso era un salone assolutamente identico all’inferno! Dentro l’immenso salone c’era l’infinita tavolata di gente; un’identica sfilata di piatti deliziosi. Non solo: tutti i commensali erano muniti degli stessi bastoncini lunghi più di un metro, da impugnare all’estremità per portarsi il cibo alla bocca.
C’era una sola differenza: qui la gente intorno al tavolo era allegra, ben pasciuta, sprizzante di gioia.
“Ma com’e’ possibile?”, chiese il samurai.
L’angelo sorrise.
“All’inferno ognuno si affanna ad afferrare il cibo e portarlo alla propria bocca, perché si sono sempre comportati così nella vita. Qui al contrario, ciascuno prende il cibo con i bastoncini e poi si preoccupa di imboccare il proprio vicino”.

Non si tratta di scegliere tra il sacrificio di sé e il dominio sugli altri, ma tra indipendenza e dipendenza [… ] L’egoista è colui che ha rinunciato a servirsi in qualsiasi forma degli uomini, che non vive in funzione loro, che degli altri non fa il primo motore delle proprie azioni, dei propri pensieri e desideri, che non ripone in essi la fonte della propria energia [… ] L’uomo può essere più o meno dotato, ma ciò che resta fondamentale è il grado di indipendenza al quale è giunto, la sua iniziativa personale [… ] L’indipendenza è il solo metro con cui si possa misurare l’uomo.
Ciò che un uomo fa di sé e da sé e non ciò che fa o non fa per gli altri [… ] Il primo diritto dell’uomo è quello di essere se stesso e il primo dovere dell’uomo è il dovere verso sé stesso. Principio morale sacro è quello di non trasferire mai sugli altri lo scopo della propria vita. L’obbligo morale più importante dell’uomo è compiere ciò che desidera a condizione, prima di tutto, che quel desiderio non dipenda dagli altri.

Hai mai pensato che il destino è nelle scelte, e le scelte sei tu che le fai?

I vizi capitali
Gola
Abbandono ed esagerazione nei piaceri della tavola, e non solo

L’ingordigia o la gola è il desiderio di ingurgitare cibi, bevande o sostanze più di quanto l’individuo necessiti. L’ingordo mostra comportamento di sfrenatezza e di lascivia al posto della modestia e del controllo di sé.
L’ingordigia presume un certo egoismo o una incapacità di controllo di sé, che portano all’essere schiavi di ciò che si vuole inghiottire oltre che a limitare l’attenzione allo spreco come forma di amore verso il prossimo.
Per questo e per la mancanza di rispetto dell’Ingordo nei confronti dell’ordine divino, esso è considerato dal Cristianesimo come un peccato capitale.

Superbia
Convinzione irremovibile di essere superiori, a chiunque altro

Sproporzionata stima di sé, delle proprie abilità e dei meriti che ne conseguono, che siano essi reali o presunti. La superbia si manifesta esteriormente con un atteggiamento altezzoso, sprezzante e con un ostentato senso di superiorità nei confronti degli altri. Essa è autoesaltazione portata fino al disprezzo degli altri, delle leggi o di qualunque ordine.
Nel superbo insorge spesso la volontà di conquistare, esclusivamente per se stesso e con ogni mezzo possibile, una posizione di grande privilegio, superiore agli altri, i quali devono riconoscere e dimostrare di accettare la loro inferiorità nonché l’indiscutibile superiorità del superbo.
Nel Cristianesimo, il peccato di superbia è considerato il peggiore dei sette vizi capitali, poiché radice di ogni altro peccato e perché, quando portato ai suoi massimi estremi, porta il superbo a ritenersi addirittura eguale o superiore a Dio, con il conseguente disprezzo del suo amore e del suo ordine. È il peccato di Lucifero, l’origine della sua caduta dal cielo.

Avarizia
Attaccamento eccessivo alle ricchezze, senza volersene separare per alcun motivo

Desiderio di possedere e conservare denaro, beni o oggetti di valore per sé stessi in quantità di molto maggiori a quanto necessario per la sopravvivenza o per una vita comoda.
L’avaro ha un eccessivo ritegno nello spendere e nel donare, il valore che attribuisce a ciò che possiede è smisurato e supera qualunque altro valore: conta quindi semplicemente l’avere piuttosto che il fruire di ciò che si ha, il tenere per sé piuttosto che il dare.
A differenza dell’avidità che si incentra sull’accrescimento del proprio possesso, l’avarizia si incentra invece sulla conservazione meticolosa di ciò che già si possiede.
La frenesia dell’avaro lo porta a rivestirsi di tutto, a non lasciare niente agli altri per il suo solo vantaggio. Ma il premio dell’avaro è un illusione: egli diventa schiavo delle sue stesse ricchezze e perde la sua libertà, poiché giunge a subordinarsi ai suoi stessi possedimenti modificando di conseguenza ogni aspetto della sua vita.
Nel Cristianesimo l’avarizia, proprio perché porta chi ne è travolto a mettere le ricchezze al di sopra di tutto, è considerata una forma di idolatria: il denaro prende il posto di Dio.

Lussuria
Desiderio irrefrenabile del piacere sessuale fine a sé stesso

La lussuria è il disordinato desiderio del piacere sessuale. Il proprio piacere sessuale viene collocato al primo posto, come fine a sé stesso, indipendentemente dall’amore per il prossimo, l’unione nell’amore e la procreazione, poiché nella lussuria l’unico fine è la sola soddisfazione personale.
La persona lussuriosa ha un egoistico amore di sé che la porta all’indifferenza o negazione dell’amore altrui: persegue infatti il piacere sessuale a ogni costo, indifferentemente dal male recato agli altri.
La lussuria è anche accecamento della mente e turbamento della volontà. Si compie un abbandono volontario ai piaceri del sesso che per l’eccessivo desiderio carnale porta il lussurioso e la lussuriosa all’incapacità di controllare le proprie passioni. Si diventa quindi schiavi delle proprie pulsioni sessuali giustificando a sé stessi ogni ricerca e modo di soddisfare i piaceri della carne.
Su un livello più generale, la lussuria svaluta l’eterna attrazione tra uomo e donna, riducendo la persona a un oggetto per la gratificazione sessuale e a volte a una ricchezza personale.
Nel Cristianesimo, il desiderio sessuale non è malvagio di per sé poiché rientra nell’Ordine divino, tuttavia quando tale desiderio viene separato dall’amore di Dio e unito soltanto all’amore di sé, diventa lussuria, peccato e vizio.

Invidia
Tristezza per il bene altrui, percepito come male proprio

Stato d’animo o sentimento spiacevole che nasce dal volere per sé un bene o una qualità altrui.
L’invidia è spesso accompagnata da avversione e rancore verso chi possiede tale bene o qualità, che porta l’invidioso ad augurare il male all’altro, di modo che il dolore e la tristezza possano così oscurarne le qualità o diminuire la felicità che ne consegue.
L’invidioso prova risentimento e astio per la felicità, la prosperità e il benessere altrui, sia che egli si consideri escluso ingiustamente da questi beni, sia che già possedendoli, ne pretenda l’esclusivo godimento. Per questo, l’invidia è la pretesa di esclusività delle doti o qualità, pretesa di esclusività che nasce dall’incapacità di rinunciare al proprio orgoglio, il quale è continuamente scelto sopra ogni cosa, portando all’invidia di tutti, che è vera e propria infelicità.
Nel Cristianesimo, l’invidia è un vizio capitale perché, come la superbia, porta all’eccessivo amore di sé a scapito dell’amore fraterno e dell’amore per Dio, creando così una grande possibilità per l’azione del male.

Ira
Desiderio irrefrenabile di vendicare violentemente un torto subito

Sentimento improvviso e violento suscitato dal comportamento di persone o da avvenimenti, esso rimuove i freni inibitori che presiedono le scelte del soggetto coinvolto. L’ira o il furore è un brusco impulso che offusca la mente e il cuore, a favore dei bassi istinti.
L’iracondo desidera una vendetta che mostrerà in modo attivo o passivo. Essa, nel primo caso, è ricercata con atti di rabbia e risentimento contro chi, volontariamente o involontariamente, lo ha provocato; mentre nel secondo caso, si caratterizza per una finta riservatezza, eccessiva elusività e distanza a danno del provocatore, oppure per autobiasimazione o sacrificio a danno di sé.
L’iracondo può infatti provare una profonda avversione non solo verso qualcosa o qualcuno, ma in alcuni casi anche verso se stesso.

Accidia
Male esistenziale, inerzia nel vivere e nel compiere opere di bene

L’accidia è un male dell’anima che si manifesta come negligenza e indifferenza della persona che ne soffre, a cui si aggiunge un sentimento di tristezza e soprattutto di noia nel vivere la vita. Egli nutre disinteresse verso ogni forma di iniziativa o di azione, immerso com’è nel suo torpore malinconico. L’accidia può essere un sentimento solo interno come la mancanza di gusto verso la vita, oppure essere esterno con la pigrizia, e l’inattività.
L’accidia è strettamente legata alla noia, poiché nascono entrambe da uno stato di soddisfazione e non di bisogno. Tale vizio può essere considerato il male della modernità nella forma della depressione, o il male della gioventù del tempo attuale, afflitta da assenza di interessi, monotonia delle impressioni, appiattimento delle sensazioni, e vuoto interiore dovuto a un eccessivo soddisfacimento esteriore.
Nel Cristianesimo è l’avversione o indolenza all’operare il bene dovuta alla noia del divino e al disgusto per ciò che è spirituale. L’accidia indica lo stato di una persona la cui fede vacilla, o è andata persa.

La Comunicazione Nonviolenta è uno strumento che mi porta a superare il mio retaggio culturale così che io possa arrivare a questo luogo […] Questa è la base spirituale, in questo luogo la violenza è impossibile.


