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Libertà

Non un valore trascendente e assoluto; ognuno di noi ha una differente opinione della libertà e un concetto filosofico soggettivo non si può stralciare in poche parole. La libertà racchiude in sé l’infinito e provare a definirla potrebbe apparire riduttivo.
E lo è.
Ma si può provare a cogliere le sfumature di un concetto astratto abbandonandosi a quell’insieme di sensazioni provate quando si vive in libertà.
Impedire che le cose prendano il sopravvento sulla nostra vita.
Rendersi conto che siamo tutto e niente è libertà. Oggi ci siamo, ma domani?

Allontanarsi dalla schiavitù delle etichette imposte dalla società e decidere di prendere in mano la vita senza che il giudizio altrui possa minimamente scalfire le nostre scelte. Sì, anche questa è libertà.
La libertà è intuitiva.
Non può essere insegnata.
È reinventare senza sosta la nostra vita, arricchirla e sublimarne ogni attimo.
E si cammina con leggerezza quando spalanchiamo la porta alla libertà.
Bisogna viverla.
Anche se si lavora incatenati ci si può sentire liberi.

È il volo infinito di chi non cessa mai di aprirsi con meraviglia al mondo.
Coltivare gli interessi più disparati evitando di fossilizzarsi in atti sempre uguali per paura dell’ignoto.
Libertà è curiosità.
Non fare mai qualcosa che non si ha voglia di fare.
Vivere senza paura del domani.
Immergersi nella Natura.

Gli uomini hanno paura di abbandonare le loro menti, perché temono di precipitare nel vuoto senza potersi arrestare. Non sanno che il vuoto non è veramente vuoto, perché è il regno della via autentica.

La libertà è un diritto essenziale dell’uomo

La libertà è uno dei doni più preziosi che ogni essere umano possiede e oggi, più che in qualsiasi altra epoca storica, è un tema e un valore fondamentale della vita umana, che sta a cuore a tutti, non solo alle persone di cultura, ma anche a quelle più semplici.

Tutti ne hanno diritto in egual misura senza distinzione di razza, religione, ceto sociale e opinioni politiche. Un grande uomo politico Luigi Sturzo disse: “La libertà è come l’aria: si vive nell’aria; se l’aria è viziata, si soffre; se l’aria è insufficiente, si soffoca; se l’aria manca, si muore.”

In qualsiasi dizionario si legge che la libertà è la condizione di chi e di ciò che non subisce controlli, costrizioni, impedimenti, è la possibilità di agire in modo autonomo. Considerando questa definizione e studiando la storia, abbiamo visto che grandi masse di persone non conoscevano la libertà; pensiamo ai numerosi schiavi nell’antico Egitto e nell’antica Roma o nel Medioevo o anche nell’età moderna e perfino nel secolo scorso, soprattutto in America. Anche oggi però, indipendentemente dalle leggi, molte persone vivono praticamente come schiavi. La libertà è un diritto essenziale dell’uomo che però non vive da solo, ma con altri simili in una società organizzata e pertanto, occorre che tutte le libertà dei diversi individui vengano rispettate e garantite con il rispetto delle norme ma soprattutto con il rispetto reciproco.

La libertà è fatta di libere scelte: chi non può scegliere nella propria vita non è libero.

Senza libertà di scelta non c’è creativitá, senza creatività non c’è vita. Essere liberi non vuol dire vivere senza regole, perché tutto ha un limite: si è liberi di vivere quando si è in grado di relazionarsi con gli altri, cioè rispettare le regole della convivenza civile. Anche in classe o in un gruppo di amici ci sono delle regole, magari non scritte, ma che consentono a ciascuno di esprimersi e di scegliere nel rispetto altrui.

Per la libertà molti hanno sacrificato la loro vita, basti pensare alla storia del Risorgimento italiano o a quella della alla seconda guerra mondiale. In nome della libertà molti uomini sono morti e ancora oggi molte popolazioni vengono oppresse da altre per il potere e la ricchezza; Anche all’interno delle famiglie molte donne e bambini vengono maltrattati e non hanno diritto di vivere liberamente la loro vita, per non parlare, poi degli immigrati che vengono sfruttati, degli anziani che vengono mortificati. A volte viene da pensare se davvero la nostra società sia così progredita e civile.

Pensiamo al resto del Mondo dove vengono commessi dei crimini e ci sono ancora le guerre. La nostra Costituzione, frutto del sacrificio di tante vite, garantisce a tutti le libertà fondamentali e limita gli abusi, ma ancora oggi sono tanti gli abusi e i soprusi. Libertà vuol dire anche non farsi condizionare dalle mode comuni e non “seguire il branco” perché in questo modo si è comunemente schiavi nel vivere senza possibilità di scelta. A volte si finisce per diventare schiavi delle mode, della pubblicità, di personaggi dello spettacolo, di uomini politici , della droga. “La libertà è come l’aria… Ci si accorge quanto vale quando incomincia a mancare”, Questa frase di Piero Calamandrei, noto avvocato che ha combattuto il fascismo, che ha partecipato alla resistenza e ha contribuito alla stesura della nostra Costituzione, ci dovrebbe far riflettere, egli probabilmente si riferiva alla libertà di pensiero.

I giovani di oggi pare non sentano fortemente questo problema, perché vivono in democrazia ma non si rendono sempre conto, che, anche adesso, vi sono molti pericoli che minacciano la libera espressione. “Per noi giovani libertà significa poter fare esperienze personali senza che qualcuno ci dica che sono inutili e dannose o che sono una perdita di tempo. A noi giovani piace conoscere il mondo, le persone e per noi diventa a volte difficile capire quello che hanno vissuto i nostri nonni. Dovremmo ascoltare i racconti degli anziani, dei genitori, dei professori, dovremmo farci guidare dalla loro esperienza e farne tesoro. Solo in questa dimensione di dialogo con gli adulti, la libertà deve rimanere come possibilità di scegliersi le amicizie, vivere belle esperienze, condividere la vita con gli altri, scegliere i propri passatempi, fare le proprie esperienze, nel bene e nel male, poter esprimere le proprie opinioni e la propria creatività. La libertà è un valore portante nella nostra vita che, più degli altri, ci fa riflettere molto perchè è strettamente collegato con il nostro futuro, con le nostre scelte personali di studio e di lavoro, con quelle possibilità che la società ci offre, altrimenti rischiamo di essere dei falliti che inseguono sogni che non si realizzeranno mai”.

Approfondimenti: Sipario Scuola Sociale

Credere, immaginare, presupporre o ritenere di essere liberi all’interno di un recinto, di uno steccato o di una gabbia, è libertà?

Disporre di specifiche agevolazioni, facilitazioni, concessioni, oppure di particolari prerogative, vantaggi o privilegi, nel contesto di una medesima prigione, è libertà?

Mettersi al servizio di un qualunque oppressore, oppure aiutare o sostenere le imposizioni a meglio sottomettere, angariare, tiranneggiare e vessare i nostri genitori, i nostri figli, i nostri fratelli e le nostre sorelle, è libertà? 

Difficile, in prima battuta, focalizzare e circoscrivere cosa sia o dovrebbe effettivamente essere la libertà. Ma una cosa è certa: i casi che rapidamente si è cercato di enunciare e di descrivere non sembrano, ad occhio e croce, corrispondere ad una sua qualsiasi oggettiva o incontestabile definizione. 

Che cos’è o dovrebbe essere, allora, la libertà? 

E’ o dovrebbe essere, «fare», «dire», «pensare» quello che voglio o desidero ed, allo stesso tempo, «essere», «esistere» ed «agire» come meglio credo o l’intendo? 

Oppure, è o dovrebbe essere, accettare una qualunque limitazione, sia del mio «essere», «esistere» ed «agire» che del mio «fare», «dire», «pensare», nel rispetto delle leggi che altri – al di fuori di me; oppure, in combutta o complicità con la mia persona; o ancora, grazie alla mia neutralità, al mio disinteresse, alla mia indifferenza, alla mia noncuranza o al mio menefreghismo – hanno redatto, promulgato ed imposto»?  

«Essere», «esistere» ed «agire» come meglio credo o l’intendo, nonché «fare», «dire», «pensare» ciò che voglio, in assenza di qualsiasi tipo di limitazione, coercizione o costrizione, sembra essere – a prima vista – la migliore definizione della libertà.  Cosa di meglio, infatti, nel contesto della nostra particolare esistenza, che poter apertamente e spontaneamente «essere», «esistere» ed «agire» come meglio crediamo o l’intendiamo e, quindi, «fare», «dire», «pensare» ciò che vogliamo o desideriamo, non ponendoci mai nessun limite e contenendoci esclusivamente a seguire le disposizioni o le aspirazioni, i desideri o gli appetiti, le passioni o le concupiscenze, le fantasie o i capricci del nostro istinto, della nostra volontà e/o della nostra ragione?

D’accordo – potrebbe obiettare qualcuno tra i miei possibili o probabili contraddittori – ma, come armonizzare o conciliare il nostro «essere», «esistere», «agire», come pure il nostro «fare», «dire», «pensare», con quello degli altri nostri simili che vivono, coesistono ed operano, come noi, all’interno della medesima società?   

Se ognuno di noi vivesse ed operasse, da solo, nel bel mezzo di un qualunque deserto inabitato ed, allo stesso tempo, non avesse bisogno di nessuno per contentare, soddisfare o appagare le disposizioni, le aspirazioni, i desideri, gli appetiti, le passioni, le concupiscenze, le fantasie o i capricci del suo istinto, della sua volontà e/o della sua ragione, il problema non si porrebbe affatto.  

In quel caso, infatti, ognuno di noi potrebbe benissimo «essere», «esistere» ed «agire» come meglio crede o l’intende e, simultaneamente, «fare», «dire», «pensare» ciò che meglio vuole o desidera, senza per altro incorrere nel rischio di dovere in qualche modo importunare, infastidire o disturbare qualcuno.    

Lo stesso dicasi, se gli uomini fossero tutti uguali. 

Anche in quel caso, infatti – visto che il nostro particolare «essere», «esistere», «agire» «fare», «dire», «pensare» corrisponderebbe perfettamente a quello degli altri all’incirca 6/7 miliardi di esseri umani che, come noi, in questo momento, vivono, coesistono ed operano nel contesto del medesimo Pianeta – non potremmo mai rischiare di dovere minimamente importunare, infastidire o disturbare qualcuno. 

Siccome, però, nessuno di noi vive ed opera realmente – da solo – nel bel mezzo di un deserto inabitato, né tanto meno è in grado – senza la presenza concreta o astratta, o il concorso diretto o indiretto, degli «altri» – di contentare, soddisfare o appagare interamente o parzialmente le disposizioni. le aspirazioni, i desideri, gli appetiti, le passioni, le concupiscenze, le fantasie o i capricci del suo istinto, della sua volontà e/o della sua ragione, diventa lapalissiano ammettere che il mio ««essere», «esistere» ed «agire», come il mio «fare», «dire» e «pensare», dovrebbero – per potere essere liberamente vissuti e/o sicuramente esercitati – tenere conto dell’ «essere», dell’ «esistere» e dell’ «agire», nonché del «fare», del «dire» e del «pensare» di tutti coloro che vivono, coesistono ed operano, nello stesso momento storico, all’interno del mio medesimo contesto.  

A questo punto, tuttavia, il problema si complica. 

E’ vera libertà, infatti, accettare una qualsiasi limitazione, volontaria o imposta, sia del nostro «essere», «esistere» ed «agire» che del nostro «fare», «dire», «pensare», per permettere ai nostri simili di vivere e/o di esercitare il loro particolare «essere», «esistere» ed «agire» o il loro specifico «fare», «dire» e/o «pensare»? 

Diciamo che non è – né può essere – vera libertà: né per noi, né per gli «altri»! 

Allora, che cos’è o dovrebbe essere la libertà? 

Potrebbe essere, ad esempio: imparare innanzitutto a distinguere, in ognuno di noi, l’ambito della nostra «vita privata» (quella, cioè, che abbiamo il sacrosanto diritto/dovere di vivere, di esercitare e/o di godere – rientrando a casa – dopo avere sorpassato la soglia d’ingresso della nostra dimora) e quello della nostra «vita pubblica» (quella, cioè, che – uscendo di casa – incominciamo a vivere, esercitare e/o godere, individualmente e collettivamente con gli «altri», sulla pubblica via).  

Nell’ambito della nostra «vita privata», ognuno di noi dovrebbe assolutamente avere il diritto/dovere (ed ugualmente, i mezzi e la possibilità pratica) di potere «essere», «esistere» ed «agire» come meglio crede o l’intende, nonché «fare», «dire», «pensare» ciò che vuole o desidera.  

Nell’ambito della nostra «vita pubblica», invece, ognuno di noi dovrebbe quantomeno cercare di tenere conto dell’ «essere» dell’ «esistere», dell’ «agire», del «fare», del «dire» e del «pensare» degli altri…  

Parafrasando Voltaire, verrebbe addirittura spontaneo affermare che ognuno di noi dovrebbe, per esempio, incominciare ad apprendere che il suo «essere», il suo «esistere» ed il suo «agire», nonché il suo «fare», il suo «dire» ed il suo «pensare», finiscono là dove iniziano «l’essere», «l’esistere», «l’agire», il «fare», il «dire» ed il «pensare», degli altri. 

Quel tipo di soluzione, però – per ammissibile, comprensibile e giustificabile che possa teoricamente apparire – è praticamente inapplicabile, ineseguibile ed irrealizzabile. 

E’ inapplicabile, ineseguibile ed irrealizzabile, poiché, neutralizzandosi a vicenda, i nostri rispettivi «essere», «esistere», «agire», «fare», «dire», pensare» – oltre ad auto-configurarsi fissamente e staticamente come degli «atomi» isolati ed indipendenti, disgiunti e dissociati – contribuirebbero inevitabilmente ad inibire, ostacolare o interrompere qualsiasi possibile dinamica politica, economica, sociale e culturale all’interno della società a cui apparteniamo e/o di cui siamo parte integrante. E quella situazione di volontario, riguardoso e reciproco «stallo», concorrerebbe fortemente, a sua volta, sia ad immobilizzare o ad impedire il normale corso della Storia dei diversi Popoli e Paesi della Terra che a fare inaridire, cristallizzare o regredire qualunque genere d’evoluzione naturale della Civiltà umana. 

Allora, come fare per permettere a ciascuno di noi di potere pacificamente coesistere con coloro che vivono ed operano all’interno del nostro medesimo contesto, senza per altro dovere, in qualche modo, essere assurdamente ed ingiustamente obbligati a subire la «morale» e la «legge» dei nostri simili, oppure a soggettivamente ed arbitrariamente negare, menomare e/o reprimere «l’essere», «l’esistere», «l’agire», il «fare», il «dire» ed il «pensare» di questi ultimi? 

E’ semplice.  

Potrebbe bastare decidere – di comune accordo – di fondare le nostre eventuali e possibili società del futuro, intorno a due urgenti ed indispensabili «pilastri»: quello della «morale pubblica» e quello della «legge collettiva». 

Non certo, dunque, la «mia morale» e la «mia legge», esclusivamente; né tanto meno la «tua morale» e la «tua legge», o la «sua morale» e la «sua legge», esclusivamente; meno ancora, la «nostra morale» e la «nostra legge», o la «vostra morale» e la «vostra legge», esclusivamente e naturalmente in contrasto e conflittualità con quelle di coloro che, allo stesso tempo, vivono, coesistono ed operano, direttamente o indirettamente con noi, all’interno del nostro medesimo contesto. Ma la «morale» e la «legge» di tutti i cittadini (simpatici o antipatici, amici o avversari, favorevoli o contrari alle nostre idee, alla nostra natura, al nostro modo di fare e/o alle nostre predisposizioni e/o preferenze) che vivono, coesistono ed operano, con noi, all’interno della medesima società. 

Per «morale pubblica», naturalmente, si dovrebbe intendere ciò che la totalità dei cittadini di una medesima società avrà apertamente e liberamente deciso o sentenziato di auto imporsi, nonché di riconoscere, di onorare personalmente e di fare rispettare individualmente e collettivamente come tale. 

In altre parole, dovrebbero essere tutti i cittadini di una medesima società e non un’esclusiva porzione o fazione (maggioritaria o minoritaria) di questi ultimi, a stabilire le «norme comuni» del «dovere societario»: il dovere di ognuno, cioè, nei confronti degli altri, e viceversa. 

Una volta che sarà stato concordemente fissato cosa si potrà e cosa non si potrà pubblicamente fare nel contesto della società in questione, la trasformazione di quella «morale pubblica» in «Legge collettiva» di tutta la società, dovrebbe essere automatica.  

Inutile precisare l’inevitabile «taglione» che planerebbe sulle teste dei «soci» di quella possibile e futuribile società: chiunque, infatti, per una ragione o per un’altra, dovesse rifiutare o dimenticare di rispettare i doveri che egli stesso avrà deciso, confermato e sottoscritto di auto-imporsi (o ciò che egli stesso avrà liberamente dichiarato di fare o di non fare, nonché di onorare e/o di rispettare personalmente), non potrà che prendersela con se stesso. In particolare, quando, a causa di quella sua volontaria o involontaria «infrazione» o «inosservanza», sarà, come minimo, costretto a pagare, «in contanti» e senza appello, il prezzo generale e cumulativo della libertà individuale e collettiva dell’insieme dei soci di quell’assennata e ragionevole società.

Sono un amante fanatico della libertà, la considero l’unica condizione nella quale l’intelligenza, la dignità e la felicità umana possono svilupparsi e crescere. Non la libertà concepita in modo puramente formale, limitata e regolata dallo Stato, un eterno inganno che in realtà non rappresenta altro che il privilegio di alcuni fondato sulla schiavitù degli altri…

No, io mi riferisco all’unico tipo di libertà che merita questo nome… la libertà che non conosce le restrizioni se non quelle che vengono determinate dalle leggi della nostra personale natura, che non possono essere considerate

La chiave dei sogni è la libertà

Libertà è partecipazione.

Idea